Comune di Piacenza

   
IL TEATRO RACCONTATO

Testi di: Emanuela Penna e Elisabetta Nicoli 

       

 

1. Lo spazio teatrale: verso il teatro all'italiana.

I teatri storici dell'Emilia Romagna sono soprattutto oggi al centro di processo di rivalutazione e di scoperta che ha posto in luce la singolarità e il fascino di un patrimonio architettonico così particolare e così concentrato. Il Teatro Municipale di Piacenza è un pregevole e significativo esempio di "teatro all'italiana". Tale definizione nasconde una lunga e complessa evoluzione dello spazio teatrale, dal punto di vista non solo della cultura drammatica, ma anche del contesto sociale ed economico del nostro paese.

Dal teatro riservato alla corte, costruito nei saloni o nei giardini del palazzo del principe dove il signore offre ai nobili e ai suoi dignitari divertimenti e spettacoli; si giunge al trionfo barocco dove sembra non esistere confine tra chi recita e chi guarda, il teatro si trasforma in una "scatola magica" fatta di illusioni ed inganni. Ma ormai lo spazio chiuso delle corti non basta più, ora il pubblico è disposto a pagare per assistere agli spettacoli, nascono così i primi teatri pubblici e popolari detti "del soldo", (il primo a Venezia nel 1637).

E' di questi anni anche la nascita dei "palchetti" - ordini di loggette sovrapposte divise in piccole celle autonome - che sfruttano in verticale lo spazio della cavea dando origine a quella struttura ad alveare che contraddistingue il "teatro all'italiana", diffuso poi in Europa e nel mondo. Tale distribuzione spaziale si coniuga strettamente al nuovo tipo di gestione non più principesca, ma a pagamento: è necessario aumentare il numero dei posti per aumentare i guadagni degli impresari.

La città barocca "si teatralizza" gli stessi elementi architettonici vengono utilizzati indifferentemente per il teatro e per l'edilizia cittadina, da una parte nella città aumentano gli spazi legati alla festa e allo spettacolo (cortili, giardini, saloni per feste, piccoli teatri, allestimenti posticci e illusorie scenografie mobili), dall'altra parte il teatro si fa piccola città, con ogni palchetto privato come balcone sulla "piazza" del palcoscenico.

Ed è proprio la suddivisione in ordini di palchi che connota maggiormente il "teatro all'italiana". Nel corso dell'Ottocento la sala assume generalmente forma ellittica, ma i palchi riservati agli spettatori rimangono una caratteristica architettonica irrinunciabile, necessari alla vita stessa del teatro, che si qualifica di diritto come architettura di servizio, dotata di spazi funzionali al ritrovo quali foyer, ridotti, caffè. Questi spazi riducono l'area propriamente dedicata alla rappresentazione, ma evidenziano come il teatro abbia consolidato il suo ruolo sociale. A teatro, infatti, poteva capitare di giocare alla tombola e visitare mostre d'arte nel ridotto, di ballare in platea, di cenare nei retropalchi, si discuteva di politica, si andava per trattare affari o per esibire eleganti abiti, per ricercare avventure galanti: si compiva una sorta di ritualità laico-borghese che diverrà una delle premesse più affascinanti e peculiari della cultura del tempo.

Il teatro, situato al centro della città, si evolve da luogo della festa e dello spettacolo ad organismo complesso che vede dialogare arte, decorazione e tecnologia: il teatro diviene momento di aggregazione e partecipa attivamente alla crescita culturale e sociale della città.

Non si può stare senza teatro e ogni città culturalmente vivace ha il suo.

 

 

2. Piacenza e il Teatro Comunitativo 1804-1857.

Nel periodo farnesiano - tra il 1593 e il 1646 - si allestirono a Piacenza ben tre teatri a cui venne attribuito per circa un secolo l'appellativo "ducale": in quello più antico, delle Saline, ed in quello allestito nella Cittadella si poteva entrare pagando il biglietto, mentre il teatro ospitato nel salone del Palazzo Gotico, in attività fino al 1720 circa, era riservato ai duchi e ed ai loro invitati.

Nel 1593 si apre a Piacenza il primo teatro stabile: il Teatro delle Saline, così chiamato perché sorto nell'edificio allora adibito a magazzino del sale sull'angolo tra via Cavour e via San Marco, non elitario ad inviti, ma aperto praticamente a tutti. Venne chiamato anche "salone della commedia" perché prevalentemente ospitava le compagnie dei comici dell'Arte. La sala, a forma di "U", prevedeva tre ordini di palchi ed il loggione; il palcoscenico era piccolo, mancavano sia i locali di servizio per gli attori che per l'orchestra.

Il teatro della Cittadella, così chiamato perché situato a ponente della Cittadella Viscontea, venne allestito probabilmente nella prima metà del Seicento; era collegato al palazzo dei principi tramite un "cavalcavia", i cui resti erano ancora visibili almeno fino al 1888.

Alla fine del Settecento i due edifici teatrali rimasti erano ormai inservibili: quello della Cittadella era stato distrutto da un incendio nel 1798, l'altro, delle Saline, era pericolante e fatiscente. 

Piacenza all'inizio dell'Ottocento mancava dunque di un teatro degno della città. L'idea di costruirne uno già circolava: un certo Pietro La Boubée, francese residente a Piacenza, aveva pensato di erigere nella nostra città un teatro simile a quello di Milano, ma un gruppo di nobili piacentini, soliti a "far da soli", subito aveva boicottato il progetto. La Boubée proponeva la costruzione di un teatro nello stesso isolato in cui si trova quello attuale, all'angolo tra via S. Franca e via Verdi, nel Palazzo Nibbiani di sua proprietà. Si diede da fare ed inviò ai proprietari dei palchetti del Teatro delle Saline una circolare per verificare quanti avrebbero avuto intenzione di comprare un palco nel nuovo teatro indicando prezzi e modalità di pagamento (anche a rate); si impegnava inoltre a mantenere la medesima distribuzione che i palchetti avevano nel Teatro della Cittadella.

Ecco la circolare che La Boubée invia ai proprietari dei palchi (1802).

[...] Il Teatro, che io vi propongo di fabbricare sarà costrutto sulla demolizione del nominato Palazzo Nibbiani, e sul modello della Scala di Milano, tutto di cotto, con quattro Ordini cioè di Palchi, e saranno vent'otto per ciaschedun Ordine senza contare li due reali, e saranno serviti tutti da' suoi corrispondenti Camerini. Vi saranno altresì i Lubbioni, che formeranno il Quinto Ordine. Il Palco Scenario sarà esteso in modo da essere capace di qualunque più spettacolosa decorazione; Loggiato esetriore per Carrozze; Sala d'ingresso, Bottega di Caffè, Tratoria, e Corpo di Guardia al Pianterreno: nel Piano Superiore poi grand'Atrio con due Ridotti, uno pei Nobili, l'altro pei Cittadini, ed altra Sala per una Lotteria, Ridotto parimenti al terzo Ordine. Sarà servito insomma questo Teatro di tutti que' comodi, che vanno inseparabili da un impegno sì grandioso, cioè di Macchine per il movimento delle Scene, Scipario, Scenarj, Sedili per Platea ed Orchestra, Lampadari, Braccialetti per una illuminazione, Pittira al gran Volto, ed esteriormente ai Palchi, i quali non mancheranno, che nell'ornamento interno, onde ciascuno possa farlo a suo genio [...].

L'istanza di La Boubée avrebbe anche potuto essere accolta dal governo francese, ma la comunità piacentina ostacolò decisamente il progetto, sentenziando che La Boubée era venuto a Piacenza "scalzo il piede e vuota la mano ed aveva fatto milioni" - come commentò il conte Scotti. Il progetto del francese venne ripreso nelle sue linee essenziali nel 1803 da una società di privati cittadini piacentini tra cui il conte Giacomo Rota, il marchese Ranuzio Duglas Scotti e il conte Domenico Scotti, e fu approvato dopo soli due giorni da Moerau De Saint Méry, amministratore per la Repubblica francese degli Stati di Parma e Piacenza. La stesura del rogito avvenne nel palazzo Anguissola di Cimafava - Nasalli Rocca (via P. Giordani, 2) e tra i testimoni figurava anche l'architetto Lotario Tomba. Con tale contratto questa società di piacentini si impegnava a costruire il teatro sull'area del palazzo Landi Pietra, famiglia estinta nel 1801, seguendo il progetto di Lotario Tomba. La proprietà sarebbe passata al superiore governo, riservando ai soci la sola proprietà dei palchi; a sua volta il governo avrebbe affidato alla società i diritti d'impresa per i futuri 12 anni.

Una guida di Piacenza del 1842 di Gaetano Buttafuoco racconta che, comperato il palazzo dei conti Landi Pietra, furono sollecitamente demoliti i muri interni ed i lavori furono particolarmente celeri.

I lavori iniziarono nel settembre del 1803: nel porre la prima pietra venne murata nelle fondamenta una cassettina contenete alcune monete (una d'oro con l'effigie di Napoleone I, due d'argento e infine un soldo di Edoardo Farnese con l'effigie di Sant'ilario protettore di Parma e lo stemma farnesiano...) e un'iscrizione commemorativa dell'evento. Dalla stipulazione del contratto all'inaugurazione del teatro passò poco più di un anno. Il 10 settembre 1804 Piacenza poteva finalmente vantare un teatro "Nuovo" degno delle sue tradizioni artistiche. Grandi furono i festeggiamenti per il giorno dell'inaugurazione: venne eseguito il "dramma serio per musica" Zamori ossia l'Eroe delle Indie composto appositamente per l'occasione da Giovanni Simone Mayer, maestro bavarese di chiara fama. Fiere di bestiame, fuochi artificiali - un macchinone in cartapesta venne allestito in Piazza Cavalli - feste da ballo e corse di cavalli coinvolsero l'intera città e resero la giornata veramente indimenticabile.

Solo in seguito alla donazione del teatro da parte di Maria Luigia alla città, nel 1816, il teatro divenne "Comunitativo", perché ceduto alla "comunità" di Piacenza.

 

 

3. Lotario Tomba: architetto neoclassico, ma non troppo...

Tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento un attivo protagonista del rinnovamento edilizio piacentino fu sicuramente Lotario Tomba, architetto di buone capacità, nato in provincia, e più precisamente a Sarmato, nel 1749.

Quasi "figlio d'arte" ereditò l'affermata impresa edile del padre - che aveva costruito Palazzo Mandelli (via Mandelli), la più sfarzosa residenza piacentina, abitata anche dalla duchessa Maria Luigia d'Austria: questo gli permise non solo di progettare, ma anche di realizzare i diversi edifici pubblici richiesti dalle amministrazioni cittadine. 

Le poche e scarne notizie sulla sua vita e sulla sua formazione testimoniano come la fama dell'"architetto pubblico" abbia sofferto di questo ruolo troppo tecnico, limitato e vincolato dalle esigenze delle commissioni pubbliche, sempre attente al risparmio. Sensibile alle novità neoclassiche, tentò di mediarle con le richieste della committenza, contenendo le sue aspirazioni artistiche.

Fra le più importanti e significative realizzazioni di Tomba ricordiamo il Palazzo del Governatore, concluso nel 1787, di fronte al Palazzo Gotico; l'edificio ben si armonizza con le suggestioni architettoniche della piazza, risolvendo in modo elegante ed appropriato il confronto con la solennità e l'imponenza del medievale Palazzo del Comune.

Tomba si impegnò, poi, nella realizzazione del Cimitero Comunale, terminato nel 1821, esempio di quell'architettura civile e funzionale che lo aveva reso il progettista preferito dalle pubbliche amministrazioni.

 

 

4. Il Teatro Municipale.

La costruzione del Teatro Municipale rappresenta l'incarico più significativo affidato a Lotario Tomba, che si trova ad operare in uno spazio già delimitato dai muri perimetrali del preesistente palazzo Landi Pietra. Diversamente dalla soluzione adottata dal Piermarini per il Teatro alla Scala di Milano nel 1776, dove la platea è disposta forma di ferro di cavallo, Tomba progetta per la sala piacentina una pianta a tre quarti di ellisse, ritenendo tale impianto meglio rispondente alle leggi dell'ottica e dell'acustica: i raggi che partono dai palchetti si congiungono tutti nel punto centrale del proscenio (...la svelta forma della platea o sala - di figura elittica - fa molta lode all'architetto Tomba che la immaginò. (...) Il vanto principale di questa sala si è, che i raggi della visuale de' palchetti vanno precisamente a riunire il loro foco nel mezzo del palco scenico, cosicché in ogni punto si vede comodamente. (...) Ogni piccola inflessione di voce o di suono si sente facilmente in ogni canto della medesima. Cristoforo Cattanei, Descrizione dei Monumenti e delle Pitture del Piacentino, Parma, 1828).

Prima dell'Unità d'Italia il Teatro Municipale conosce diversi allestimenti; l'aspetto attuale ricalca il gusto "romantico" della metà dell'Ottocento dalle decorazioni dorate e dai velluti rossi; ma l'allestimento che più colpisce la fantasia è sicuramente il primo: il Teatro Nuovo apre neoclassico, decorato dal bolognese Mauro Braccioli e dal piacentino Domenico Antonini, l'azzurro e il grigio sono i colori dominanti, come si deduce dalle indicazioni contenute nella circolare del Consigliere Governativo ai palchettisti. Si raccomandava infatti ai palchettisti di allestire le tendine esterne ai palchi con seta azzurra nei primi tre ordini e con un semplice cotonino nell'ultimo, meno visibile. La stoffa doveva essere uguale per tutti, tant'è che si indicava addirittura il negozio dove acquistarla. Anche le porte dei palchetti e dei retropalchi dovevano essere uniformi (grigie filettate d'azzurro), ma chi non aveva ancora provveduto a dipingerle avrebbe dovuto aspettare dopo l'inaugurazione per non rovinare la serata con l'ingrato odore di vernice.

La decorazione dell'interno dei palchi era invece a completa discrezione dei proprietari.

Dopo poco più di vent'anni si rende necessario un intervento di restauro alle decorazioni interne: nel 1830 il nuovo allestimento viene affidato ad Alessandro Sanquirico, che vantava un curriculum di tutto rispetto, avendo già collaborato come scenografo alla Scala. I palchi si uniformano anche internamente: vengono dipinti tutti d'azzurro e decorati con stelline dorate. Di questi anni sono anche il sipario e il controsipario o secondino, il primo dovuto sempre al Sanquirico rappresenta un "ballo svizzero", il secondo - del 1826 - è di Domenico Menozzi con elementi neoclassici, legato agli argomenti più frequenti nei melodrammi di quegli anni, tuttora conservato nel Teatro Municipale.

Anche la facciata, così come la vediamo ora, è frutto della rielaborazione che Sanquirico fa dell'idea iniziale del Tomba, ridimensionando l'influsso neoclassico. L'antiportico, presente anche alla Scala dove si inserisce in maniera più organica, è qui un elemento di carattere funzionale, collegato con l'imponente timpano che sovrasta la costruzione: le carrozze vi si fermavano sotto, come dimostrano anche i resti delle trottatoie, e riparava i signori che si affrettavano ad entrare in teatro. La parte inferiore a bugnato di intonaco, è sovrastata da un colonnato ionico e da una bella balconata in pietra; il colore attuale è frutto dei restauri del 1979.

Sopra le porte dell'ampio balcone vi sono i bassorilievi di Alessandro Puttinati (Verona, 1801 - 1872), "allusivi agli spettacoli scenici" come riporta il Buttafuoco, raffiguranti alcune allegorie dei generi teatrali e personaggi in abiti moderni.

Se il teatro diviene, nell'Ottocento, un nuovo polo d'interesse collettivo la sua posizione deve essere urbana e centrale. Grande importanza di conseguenza assume la facciata che assicura un'immediata qualificazione all'edificio; dalla facciata si riconosce una chiesa, il palazzo del comune ed ora il teatro grazie a convenzionali modelli architettonici.

Dunque il Teatro si affaccia sulla via Verdi, ricca di palazzi settecenteschi - Malvicini fontana, Scotti da San Giorgio, Zanardi Landi - e sulla rettangolare piazza Sant'Antonino, definita dalla più antica chiesa della città (IV - XII sec.), dai Palazzi Marazzani Visconti, Trevani con portale cinquecentesco e Zanardi Landi.
 

L'interno:

Biglietteria e foyer accolgono gli spettatori, esempio di quegli spazi di servizio fondamentali per la vita stessa del teatro: luoghi di intrattenimento prima e durante gli spettacoli, ospitano gli incontri autori - pubblico che si svolgono durante la stagione teatrale.

Si presentano con raffinate decorazioni: porte a vetri e a specchi verso l'interno con cornici ad intaglio ligneo dorate, gli stucchi e gli affreschi risalgono ai lavori di rinnovamento del 1857: i tondi monocromi che raffigurano personaggi famosi, compositori e scrittori teatrali sono opera del pittore piacentino Paolo Bozzini (Piacenza 1815 - 1892), gli angeli invece sono stati dipinti dallo staff di Girolamo Magnani. Magnani aveva da sempre lavorato nell'ambito della scenografia e della decorazione teatrale, passando per Parma dove aveva avuto un incarico al Teatro Regio - sostituì le decorazioni neoclassiche del Toschi e del Borghesi - e per Reggio; a lui si deve anche la decorazione interna del teatro di Fidenza. L'artista incarnava il gusto romantico che trasformò lo stile classico per giungere ad una decorazione i cui principali obiettivi erano la grandiosità e il fasto, caratterizzandosi per l'uso degli stucchi e le decorazioni in oro. Magnani giunge a Piacenza nel 1857 per eseguire, in collaborazione con l'architetto Paolo Gazzola, un progetto generale di restauro del Teatro allora chiamato Comunitativo, le decorazioni infatti erano assai danneggiate dal tempo e dall'uso di candele e lampade ad olio.

I bassorilievi e le sculture del foyer sono successivi, l'unico di paternità certa è il medaglione sopra la porta della platea, eseguito da Giuseppe Bianchi da Lodi, che raffigura l'architetto Lotario Tomba, a cui si deve la costruzione del Teatro piacentino. Il bassorilievo che raffigura Illica è invece più recente, del 1921, opera di Secchi.

Il Buttafuoco, nella sua guida di Piacenza del 1842, parla di 114 palchetti che, oltre il palco regio, occupavano i primi quattro ordini della sala, l'ultimo era riservato ai "lubbioni", i loggioni di adesso. Altri dati precisi in merito alla capienza del teatro non si possono avere; in platea, infatti, erano collocate alcune panche che venivano tolte quando questa si trasformava in sala da ballo: i posti in fondo invece, erano solo in piedi, è quindi impossibile ricavare quante persone potessero trovare posto all'interno del nostro teatro nel corso dell'Ottocento. Oggi il Teatro, per motivi di sicurezza, può contenere non più di 1075 spettatori.

Alla fine degli anni Trenta, sotto l'amministrazione del podestà Ferretti, furono trasformati in gallerie gli ultimi due ordini di palchi: non solo si aumentava così la capienza del Teatro, ma si offriva la possibilità di assistere agli spettacoli a tutti i gruppi sociali.

A questa campagna di lavori ne seguì una negli anni Cinquanta, quando si ricavò la buca per l'orchestra - detta anche romanticamente golfo Mistico - sotto il livello della platea. Oggi la buca viene utilizzata per rappresentazioni liriche ed importanti spettacoli di balletto, in queste occasioni vengono rimosse le prime tre file di poltroncine della platea e viene scoperto lo spazio occupato dagli orchestrali.

L'ultimo intervento notevole è della metà degli anni Settanta. Il Teatro Municipale è stato rinnovato, soprattutto, sotto il profilo dell'agibilità e della sicurezza; con l'installazione del sipario taglia fuoco - una vera e propria saracinesca di metallo che viene calata nei momenti di inattività, ed in caso di emergenza, per evitare che un eventuale principio d'incendio possa propagarsi dal palcoscenico alla sala. Inoltre sono state ricavate sei scale d'emergenza nei retropalchi.

il componente principale dell'interno dei teatri storici non a caso, come per gli strumenti musicali, è il legno, che ne fa una splendida e perfetta "cassa armonica". Ma ciò che rappresenta il maggior pregio e la sua speciale caratteristica diviene il suo punto debole: il rischi degli incendi, confermata da note e drammatiche vicende, ha costretto a rivedere drasticamente le norme legate alla prevenzione e alla sicurezza, che a stento convivono con le esigenze di conservazione e di tutela di un bene culturale dall'equilibrio vitale delicato e complesso, come il teatro. 

Ciò che più colpì gli spettatori alla riapertura del 19 dicembre 1979 - con La Traviata di Verdi - fu lo splendore delle rinnovate dorature e degli ornati, la rossa moquette nei palchi, in galleria e in loggione, la nuova tappezzeria damascata dei palchi e del ridotto e la biglietteria che venne sistemata al posto del bar, così come la vediamo oggi.

Gli affreschi visibili sulla volta della platea e il motivo "a traforo" degli stucchi dorati sono opera di Gerolamo Magnani e dei suoi collaboratori. La prima campagna di lavori di decorazione, del 1803, era stata affidata a Mauro Braccioli, pittore neoclassico attivo a Piacenza e a Parma; nel 1826 Alessandro Sanquirico rifece l'ornato di proscenio e la grande medaglia in mezzo alla volta della platea lasciando ad alcuni artisti piacentini la decorazione materiale dei palchi. Magnani, invece, fu l'ideatore del progetto delle decorazioni del 1857 e realizzò personalmente i quattro piccoli medaglioni della volta eseguiti a chiaroscuro; il resto fu completato dal pittore piacentino Paolo Bozzini. Il rosso acceso dei panneggi di un angelo è probabilmente dovuto ad un'alterazione del colore.

L'orologio di platea è sicuramente di Magnani per le evidenti affinità con quello del teatro di Fidenza del 1854.

Al centro della volta, dove adesso trova posto lo stemma di Piacenza, pendeva il lampadario, donato dalla cittadinanza nel 1827 ed eseguito in cristallo e bronzo dorato con le insegne della città, da Giovanni Bek di Venezia. La "magnifica lumiera", probabilmente rimossa durante la II Guerra Mondiale per timore dei bombardamenti, è andata dispersa. Il lampadario non era comunque l'unico sistema di illuminazione: alla sua nascita il Municipale era illuminato da quattro serie di candelabri che reggevano centinaia di candele di numero decrescente dal basso verso l'alto e da una serie di lumi ad olio, che non venivano mai spenti, per tutta la durata dello spettacolo. Era previsto un numero minimo di lampade ad olio e di candele di cera per l'illuminazione delle scene e delle varie parti del teatro. In alcuni articoli del capitolato del 1831 - 32, che affidava il teatro ad un impresario, imponeva di usare solo olio d'oliva per le lampade e che i lumi del lampadario centrale, degli atri e delle corsie dovevano essere accesi prima di "far porta", né potevano essere spenti se non dopo che tutti gli spettatori fossero usciti dal teatro. Se oggi siamo abituati ad assistere agli spettacoli al buio e in silenzio, nel secolo scorso le cose erano ben diverse; gli artisti si esibivano con la sala completamente illuminata e il pubblico si distraeva facilmente chiacchierando e commentando la serata.

Nel 1857 l'illuminazione a candele e lumi ad olio venne sostituita con quella a palloncini alimentati a gas. Tale innovazione rendeva possibile regolare l'intensità della luce con l'abbassamento delle fiammelle fino ad ottenere una semi oscurità con la sala in penombra durante lo spettacolo. Un appropriato regolatore, situato quasi sempre vicino alla buca del suggeritore, permetteva di dosare l'intensità luminosa. Alcune lampade del foyer conservano le chiavette originali che servivano a tale scopo.

Il Municipale mantiene testimonianza di entrambi i metodi di illuminazione avendo conservato sia i candelieri che i palloncini, ora illuminati grazie all'elettricità che arriva al Teatro di Piacenza nel 1895. Il nuovo tipo di illuminazione permetteva l'introduzione negli spettacoli teatrali di particolari effetti di luce quali lampi, arcobaleni, vari effetti di sole e di luna precedentemente indicati quasi esclusivamente dalle scenografie dipinte.

L'allestimento del 1857 portò grandi cambiamenti anche per quanto riguarda il tipo di riscaldamento, realizzato fino ad allora con grandi bracieri di terracotta sparsi per il teatro, che furono sostituiti con i caloriferi.

In tutti i teatri storici il palco centrale, che gode della vista migliore e domina la cavea, viene riservato ai sovrani, o comunque ai rappresentanti del governo locale. Il Teatro Municipale di Piacenza accolse più volte Maria Luigia d'Austria Duchessa di Parma e Piacenza e rigide regole condizionavano il cerimoniale in tali occasioni, durante tutta la sua permanenza in Teatro; per esempio, il pubblico poteva applaudire solo se la duchessa mostrava di apprezzare lo spettacolo.

Il palco reale era sormontato da una corona regia in legno dorato da cui scendevano panneggi di velluto rosso. Alla proclamazione della Repubblica furono tolti panneggi e corona e al suo posto fu innalzata, in piena propaganda antimonarchica, una turrita corona repubblicana, che ora è stata rimossa. Attualmente il palco appare nel suo aspetto originario, senza drappo e corona, per cui si evidenziano le decorazioni lignee dorate.

Osservando l'ampio e maestoso spazio della sala meglio si comprende come il palchetto sia veramente l'elemento distintivo del "teatro all'italiana".

Molti palchi possedevano un retropalco, dove i plachettisti potevano ritirarsi a loro discrezione: si mangiava, si giocava, si chiacchierava, si amoreggiava, si assolveva alle più "svariate funzioni". Durante gli ultimi lavori di ristrutturazione, quando i retropalchi sono stati definitivamente sgomberati, alcuni dei quali per far posto ai servizi igienici e alle scale di sicurezza, sono state ritrovate numerose "comode" e qualche vaso da notte.

Piacenza conserva a tutt'oggi palchetti privati, ovvero è possibile possedere un palco al pari di una proprietà immobiliare. Il palchettista versa un contributo sia per la stagione teatrale, che varia a seconda del numero di spettacoli effettuati e usufruisce del palco a suo piacere, pagando, comunque, un biglietto d'ingresso.

I palchi sono chiusi e affidati ad una maschera che si preoccupa di aprirli solo ai legittimi proprietari (che in ogni caso ne possiedono la chiave) o dietro specifica autorizzazione; solo su comunicazione del proprietario il Teatro può affittare il palco a chiunque lo richieda. Tale gestione dei palchi conserva, in parte, la distribuzione dei posti al gruppo di nobili che direttamente aveva contribuito alla costruzione del Teatro nel 1803.

Un palcoscenico sguarnito colpisce inizialmente per la sensazione di spazio e di spinta verticale, sensazione rafforzata nel Municipale dove le pareti laterali culminano con imponenti archi a sesto acuto. L'altezza alla graticcia varia infatti dai 18 ai 21 metri: la graticcia è il praticabile in legno formato da strette passerelle utilizzate dai tecnici teatrali e dai macchinisti (coloro che azionano le "macchine", come si chiamavano un tempo le attrezzature teatrali) durante le rappresentazioni per il movimento degli allestimenti. Certo è che il palcoscenico piacentino soffre di un evidente complesso d'inferiorità nei confronti dell'ampia sala, che ne ha da sempre compromesso e limitato l'attività: il vincolo dei muri perimetrali e i palazzi nobiliari confinanti non hanno mai permesso di allargare tale spazio. Può capitare, infatti, che per qualche spettacolo sia possibile montare solo una parte delle imponenti scenografie previste...

Il palcoscenico è inclinato (pendenza 4,8%), evidente accorgimento per migliorare la visione agli spettatori della platea perché gli attori non si coprano a vicenda.

Il ricco sipario di velluto rosso amaranto decorato con passamaneria è originale e risale all'allestimento del Magnani della metà dell'Ottocento. Ancora oggi viene azionato manualmente dai "velaristi", ovvero coloro che si occupano del velario.

Sulla destra del palcoscenico sono situati su quattro piani più di trenta camerini per gli artisti.

Le scenografie, che venivano utilizzate per diversi spettacoli e lasciate ai vari impresari che si assumevano la gestione del teatro, erano conservate in una soffitta sopra alla platea: nell'ampio locale lavoravano i pittori-scenografi, ai quali era affidata la decorazione delle scenografie per l'intera durata della stagione teatrale. I grandi teli venivano riutilizzati e ridipinti più volte, tanto che, per evitare la sovrapposizione di troppi strati di pittura dovevano essere lavati periodicamente in acqua di fiume.

Durante i lavori degli anni Settanta la soffitta fu trasformata in un auditorio la Sala degli Scenografi, con una capienza di circa 400 posti.

 

 

5. Sul palcoscenico e dietro al palcoscenico.

I teatri storici nascono per il melodramma e sono testimonianza della diffusione capillare della pratica musicale. Ascoltare un'opera, nell'Ottocento, era cosa ben diversa da oggi: si amava, si sperava, si soffriva con i cantanti; lirica e realtà divenivano spesso una cosa sola e anche le passioni politiche potevano riempire le scene e le sale. Il pubblico tornava più volte a rivedere la stessa opera, l'esecuzione veniva spesso modificata ed era normale che un artista introducesse in ogni opera la propria romanza preferita - la cosiddetta "aria del baule" - e che intervenisse sulla melodia originale con "fioriture" e virtuosismi per far risaltare al meglio le proprie doti canore.

Si conserva nel Museo del Teatro il manoscritto autografo della partitura Annibale in Bitinia (1821) di Giuseppe Nicolini. Il compositore, al quale è dedicato il Conservatorio di musica cittadino, nacque a Piacenza nel 1772, si recò a Napoli a studiare musica e, forse, anche il Cimarosa è da annoverarsi fra i suoi maestri. Dal 1819, tornato nella città natale, ricoprì l'ambito incarico di Maestro di Cappella della Cattedrale. In tutto compose circa settanta opere fra buffe e serie; gli era caro l'argomento greco - romano, o comunque classicheggiante.

Si conservano anche alcuni bozzetti di costumi teatrali previsti per l'opera Annibale in Bitinia di gusto neoclassico, che ben s'intonavano con le decorazioni del primo allestimento del teatro. Solitamente, però, i costumi appartenevano al patrimonio personale e viaggiante di attori e cantanti; più raramente per le nuove produzioni se ne acquistavano o noleggiavano dei nuovi. 

Il Teatro Municipale possiede una serie di preziosi costumi di scena donati dal tenore piacentino Gianni Poggi (Piacenza 1921 - 1989) collocati negli spazi riservati al pubblico.

Tra i personaggi di maggior fascino dell'ambiente lirico piacentino vi è sicuramente Benedetta Rosmunda Pisaroni, contralto piacentina (1793-1872), tra le più celebri cantanti d'Europa del tempo.

Per Rossini era "la mia cara Benedetta" egli, di passaggio a Piacenza, volentieri si intratteneva nel palazzo Rota divenuto di proprietà della cantante (ora sede della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza). L'artista pesarese compose espressamente per la sua voce l'opera La donna del lago.

Un dipinto di François Gérard (1770-1837) di proprietà del Museo Civico di Piacenza, ora esposto nel ridotto del Teatro, la ritrae in compagnia del marito mentre prova al pianoforte un brano dell'"Italiana in Algeri", che le aveva procurato un successo strepitoso a Parigi, dove rimase tra il 1827 e il 1829. Il ritratto è quindi da assegnare agli anni di questo soggiorno. La Pisaroni è raffigurata nel costume esotico del personaggio rossiniano, con i colori vivaci del turbante e della veste, che fa da contrappunto all'abito scuro del marito. E' un ritratto che ripropone il clima romantico di quegli anni, per cui in primo piano si evidenzia lo sguardo addolcito tra i due coniugi mentre sullo sfondo si apre un paesaggio crepuscolare caldo ed attraente. L'artista si preoccupò soprattutto di ingentilire il volto della Pisaroni, sul quale erano rimasti i segni del vaiolo. Le cronache dell'epoca riportano che la cantante, consapevole del suo aspetto poco attraente, non rivolgesse subito il volto al pubblico, ma solo dopo averlo affascinato con la propria voce.

Sempre all'interno del museo del Teatro è conservata una lettera autografa, datata 10 luglio 1890, di Giuseppe Verdi indirizzata al Signor Presidente del Circolo Musicale Piacentino, come ringraziamento per la presidenza onoraria offerta al grande compositore.

I piacentini furono sempre molto legati alla figura del grande maestro, tanto da non dimenticare mai di sottolineare (allora ed oggi) le origini piacentine della madre e del padre.

Sempre di proprietà del Museo del Teatro è il calco in gesso dipinto della mano destra del grande compositore.

A teatro poteva capitare di assistere anche a qualche rappresentazione di altro genere - oltre alla lirica, prosa, balletti e concerti... Non insolita era la presenza di spettacoli strani ed alternativi: acrobati, maghi, illusionisti si esibivano davanti ad un pubblico curioso e meravigliato, come Mr. Turc impegnato di uno spettacolo straordinario di "lotta d'uomini", in un volantino pubblicitario del 9 novembre 1845 si leggono i dettegli della sfida: Mr. Turc primo lottatore d'Europa e Re dei lottatori combatterà controchicchessia con calzoni e senza e quello che lo vincerà avrà il premio di FRANCHI 500. Il combattimento avrà luogo sul Palco Scenico sotto la rigorosa osservanza delle discipline che regolano simili Lotte; e principalmente si dovrà prendere dalla cintura alla testa, restando proibito il gambetto: per essere vincitore le spalle dell'avversario dovranno toccare dopo la terra.

Di grande interesse è il regolamento per il personale del 1804, nel quale vengono riportati con estrema chiarezza i compiti di tutte la professionalità presenti all'interno del teatro: dal "bullettario" che si occupava della vendita dei biglietti, ai "brentatori" che si preoccupavano di predisporre recipienti colmi d'acqua sotto il palcoscenico, in occasione di ogni spettacolo, per intervenire in caso d'incendio. Le stesse figure professionali indicate nel regolamento del 1804 sono, in linea generale, presenti tuttora. Il Teatro vive ancora oggi grazie all'impegno e alla passione di chi lavora dietro le quinte e di si preoccupa di accogliere ogni sera il proprio pubblico; è solo grazie a loro che ogni volta è possibile "andare in scena" e ricreare la magia e l'illusione dello spettacolo.